Cosa sono le figure retoriche? Come riconoscerle

Sicuramente ti sarà già capitato di dover analizzare una poesia o un componimento in generale, come, per esempio, i sonetti di Petrarca o i canti della Commedia dantesca, e di aver a che fare con le cosiddette figure retoriche.

Definiamo, prima di tutto, che cos’è una figura retorica: si tratta di un artificio, un’espressione che ha lo scopo di creare un certo effetto, fonetico o di significato, all’interno del discorso.

È estremamente importante, nello studio o nella lettura della letteratura, saper individuare e riconoscere tutte le figure retoriche: esse hanno la finalità di rendere meglio la frase, l’espressione, o la semplice parola, in modo da arricchirne il significato e renderle, in un certo senso, più poetiche ed espressive.

Il fraintendimento o il mancato riconoscimento della figura retorica può compromettere la comprensione profonda del testo in questione.

Vediamo, dunque, alcuni esempi di figure retoriche!

Come si raggruppano le figure retoriche?

Come molti di voi sapranno, esistono diverse categorie di figure retoriche, a seconda della loro funzione e dell’effetto che creano all’interno del componimento.

Ne esistono numerosi tipi e possono essere suddivise sostanzialmente in tre gruppi principali: figure retoriche di posizione, figure retoriche di suono, figure retoriche di significato.

Vediamo nel dettaglio le caratteristiche di ogni gruppo, evidenziando alcuni esempi di figure retoriche.

Esempi di figure retoriche

Parliamo, prima di tutto, delle figure retoriche di posizione; si chiamano così perché giocano, appunto, con la posizione dei termini all’interno della frase o del discorso, al fine di creare effetti suggestivi. 

È fondamentale conoscerle per poterle scovarle all’interno del testo poetico: talvolta, infatti, sfuggono all’occhio e non sono semplici da individuare dopo una prima lettura! 

Vediamo nel dettaglio le principali!

  • Chiasmo: si tratta dell’accostamento incrociato di due elementi paralleli, così da rompere il parallelismo sintattico.

Esempio: “poco vedete, te parvi veder molto” (Francesco Petrarca, Canzoniere)

“Fiere selvagge te mansuete gregge”

(Francesco Petrarca, Canzoniere)

  • Anafora: si tratta della ripetizione di una o più parole nella parte iniziale di alcuni versi successivi o quantomeno prossimi. Ciò crea, solitamente, un efficace effetto enfatico.

Esempio: “Amor, ch’al for gentil ratto s’apprende, […]

Amor, ch’a nullo amato amar perdona, […]

Amor condusse noi ad una morte”

(Dante Alighieri, Divina Commedia)

Qual colpa, qual giudicio e qual destino”

(Francesco Petrarca, Canzoniere)

  • Enjambement: si parla di enjambement quando due elementi normalmente accostati sintatticamente vengono separati tra la fine di un verso e l’inizio di quello successivo. Tale figura retorica ha il potere di creare una pausa molto forte all’interno di una stessa frase.

Esempio: “ Rettor del cielo, io cheggio (chiedo)

Che la pietà che ti condusse in terra

[…]”

(Francesco Petrarca, Canzoniere)

  • Anastrofe: si parla di anastrofe quando un elemento sintattico della frase (il soggetto, il verbo…) o del verso viene spostato, prima o dopo la sua posizione sintatticamente corretta.

Esempio: “deo criator più che ‘n nostr’occhi ‘l sole

(Guido Guinizzelli, Al cor gentil…)

“Si sta come d’autunno/ sugli alberi / le foglie

(Giuseppe Ungaretti)

  • Climax: elenco di sostantivi, aggettivi, verbi, disposto in ordine crescente di intensità di significato. Molto efficace al fine di creare un effetto di crescita e attesa nel lettore.

Esempio: “E pioggia e nevi e gelo

(Giuseppe Parini, La caduta)

Al contrario, se gli elementi sono disposti in ordine decrescente, si parla di anticlimax.

  • Iperbato: questa figura retorica consiste nel cambiare l’ordine logico delle parole, spezzando così l’ordine sintattico di due o più parole:

Esempio: “Siede con le vicine/ su la scala a filar la vecchierella

(Giacomo Leopardi, Il sabato del villaggio)

Dopo aver visto le principali figure retoriche di posizione, vediamo ora le figure retoriche di suono: tali espedienti, giocando con i suoni delle parole (per esempio, accostandone diversi), mirano a creare effetti particolari, spesso utili a catturare l’attenzione e a potenziare il significato delle parole.

Le figure retoriche appartenenti a questa categoria sono, solitamente, le più semplici da riconoscere, in quanto la loro efficacia salta direttamente… all’orecchio!

Vediamo insieme le principali:

  • Allitterazione: consiste nella volontaria ripetizione di alcune lettere (solitamente consonanti, ma non mancano esempi con le vocali) all’interno della stessa frase o dello stesso verso:

Esempio: “E caddi come corpo morto cade”

(Dante Alighieri, Divina Commedia)

  • Onomatopea: si tratta dell’introduzione nel verso di un suono che ricordi un elemento naturale o animale, al fine di evocare particolari sensazioni uditive nel lettore.

Esempio: “Veniva una voce dai campi: / chiù…”

(Giovanni Pascoli, L’assiuolo)

  • Paranomasia: si ottiene accostando due o più termini con un suono simile; molto frequente nei proverbi, oltre che nella letteratura:

Esempio: “e qual è quei che disvuol ciò che volle

(Dante Alighieri, Divina Commedia)

Esempio (proverbi): Dalle stelle alle stalle.

  • Assonanza e consonanza: quando due parole non formano una rima perfetta, ma differiscono per una vocale (assonanza) o una consonante (consonanza).

Esempio (assonanza): “questi parla che contra me venisse/ […] / sì che parea che l’aere ne tremasse

(Dante Alighieri, Divina Commedia)

  • Omoteleuto: quando una o più parole dello stesso verso e non in rima hanno la stessa identità di suono. Si tratta, in parole povere, di una rima nello stesso verso.

Passiamo ora all’ultima categoria di figure retoriche rimasta: quella della figure retoriche di significato

Si tratta di figure retoriche che giocano sul significato singolo delle parole per conferire ad esse o ad un gruppo di termini significati intrinsechi, inediti e inaspettati; ciò contribuisce a rendere la produzione poetica molto suggestiva e, spesso, di non ovvia interpretazione. 

Per questo motivo è importante imparare a riconoscerle in modo appropriato e corretto, al fine cioè di comprendere meglio il significato intrinseco del testo poetico.

Vediamo quali sono le principali figure retoriche di significato:

  • Metafora: quando si utilizza un’espressione figurata per indicare un’oggetto, una persona, un concetto. Si tratta di una figura retorica estremamente diffusa in tutto il repertorio poetico italiano.

Esempio: “E il naufragar m’è dolce in questo mare

(Giacomo Leopardi, L’infinito)

In questo caso il mare non indica il mare in senso proprio, bensì la distesa infinita dell’interiorità del poeta.

  • Similitudine: il concetto è il medesimo della metafora; tuttavia, la similitudine introduce un vero e proprio paragone tra due entità o tra due concetti, utilizzando espressioni come: “come.. così”; “qual… così” ecc…

Le similitudini sono frequentissime nella Divina Commedia dantesca, come moltissimi di voi già sapranno. In tutti i canti non mancano numerosi esempi di similitudine, spesso molto lunghe, stratificate e complesse.

  • Metonimia: consiste nella sostituzione di un termine di uso proprio con un altro appartenente alla medesima categoria del termine sostituito. Per esempio, si può sostituire l’effetto per la causa; l’oggetto per il materiale con cui è costruito; l’autore per l’opera; il contenitore per il contenuto. 

Le possibilità sono molteplici e rendono il significato dell’espressione estremamente suggestivo.

Esempio: “fu imperadrice di molte favelle

(Dante Alighieri, Divina Commedia)

In questo caso, l’autore ha deciso di utilizzare il termine ‘favelle’ per indicare i popoli che, nei secoli, raccontano le favelle stesse.

“Quando leggemmo il disiato riso

(Dante Alighieri, Divina Commedia)

In questo caso, Dante utilizza ‘riso’ (risata) per indicare la bocca che lo produce.

  • Ossimoro: consiste nell’accostare due parole dal significato opposto e, molto spesso, totalmente contrastante. Questa figura retorica di significato contribuisce molto spesso a creare un effetto straniante nel lettore.

Esempio: “Bianca bianca nel tacito tumulto” 

(Giovanni Pascoli, Il lampo)

  • Ipallage: quando i due termini accostati concordano grammaticalmente, ma non logicamente.

Esempio: “O virtù somma, che per li empi giri

(Dante Alighieri, Divina Commedia)

In questo caso, per ‘giri’ si intendono i gironi infernali.

  • Iperbole: esagerazione di una quantità. Molto utilizzata anche nel linguaggio colloquiale (‘ti sto aspettando da una vita’; ‘sto morendo di fame’).

Esempio: “Ma sedendo e mirando, interminati / spazi

(Giacomo Leopardi, L’infinito)

  • Antitesi: accostamento nel verso di due termini dal significato opposto; simile all’ossimoro.

Esempio: “So che non fuoco, ma ghiaccio eravate”

(Giosuè Carducci, Illusa gioventù)

Eccoci arrivati alla fine del nostro elenco! Speriamo che questo articolo vi sia stato utile!

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